“Sirat”, Oliver Laxe, 2025. – La settimana scorsa

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Sirat

 

Come troppo poco spesso accade in questa rubrica, oggi parliamo di un film uscito nelle sale da qualche settimana. Quarta opera del semisconosciuto regista franco-spagnolo Oliver Laxe, “Sirat” ha attirato l’attenzione degli appassionati grazie alla vittoria del premio della giuria all’ultimo Festival di Cannes.

Ambientato in un anonimo deserto (apprendiamo sia il Sahara del Marocco per via delle lingue parlate dai protagonisti, l’unica indicazione geografica del film ci informa che si stanno dirigendo verso il confine con la Mauritania), il film si sviluppa a partire da uno scampolo di trama: un padre, insieme a suo figlio, stanno cercando la figlia e sorella, scomparsa cinque mesi prima, in un rave nel deserto. Quando arrivano le forze armate per sgomberare la zona, i due si uniscono ad un gruppo di ragazzi incontrati durante la festa per recarsi ad un altro rave e continuare la loro disperata ricerca. Per farlo dovranno attraversare il deserto: questo viaggio è il cuore pulsante del film. Una moderna Odissea in cui il mare è sostituito dal deserto, il ritorno a casa dalla ricerca dei figli, i fantasiosi antagonisti dalla realissima brutalità della natura (e alla fine dal peggior nemico possibile, l’uomo che sfrutta la natura a scopi bellici), i fedeli compagni di viaggio dai pittoreschi raver, il tutto mentre fuori dai confini della storia scoppia quella che sembrerebbe essere la Terza Guerra Mondiale.

La sceneggiatura non conosce compromessi (forse a questo si deve la mancata vittoria della Palma d’Oro): la visione del film è quantomeno disturbante, per qualcuno rischia di diventare traumatizzante. Il motivo è semplice: l’assenza totale di dolcificanti, di palliativi, di bugie a buon fine. L’esistenza umana è così, che ci piaccia o no.

Dal punto di vista audiovisivo, l’accoppiata rave-deserto porta l’asticella della pura tamarraggine a livelli difficilmente pareggiabili. Il magistrale lavoro svolto dai comparti fotografia e sonoro costringe lo spettatore ad andare al cinema per potersi gustare a pieno questa opera. La stessa musica techno, di cui non sono per nulla esperto, è uno dei simboli principali del film: per bocca di una dei protagonisti sappiamo che la techno “non si ascolta, si balla”, e si balla in faccia alla tragedia, contro le avversità, letteralmente sopra l’orrore. La controparte visiva è la cassa, oggetto che durante il film viene esteticamente trattato in maniera molto simile al parallelepipedo nero di 2001: Odissea nello spazio, una sorta di madre artificiale da cui si espande la linfa vitale, in questo caso attraverso onde sonore basse e ripetute, simili al battere del cuore.

E poi altri mille temi, per cui fatevi il favore di trovare il tempo di andare al cinema e lasciatevi travolgere dalla potenza di quello che secondo alcuni è già il film dell’anno.

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