Playoff NBA 2026: analisi primo turno – La settimana scorsa

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Dopo un periodo travagliato dal punto di vista degli impegni personali e non particolarmente elettrizzante dal punto di vista sportivo, se non per i successi dell’ormai indescrivibile Jannik Sinner, con un campionato di Serie A martoriato da indagini sull’operato arbitrale,  da un livello di gioco da mani nei capelli e dal piattume più esteso, la stagione delle freccette che vede susseguirsi ogni giovedì le tappe di una Premier League con classifica ancora da delineare, tutte le attenzioni (almeno del sottoscritto) sono state indirizzate nelle ultime settimane ai Playoff di NBA, al via nella notte del 18 aprile. Nelle due settimane successive abbiamo assistito al migliore primo turno della storia recente della lega, con serie equilibratissime praticamente ovunque, contenders eliminate, sorprese monumentali, infortuni, rinascite inspiegabili di una serie di giocatori considerati sportivamente finiti. Per una lettura più facile l’analisi sarà divisa per serie, partendo dall’est.

 

(1) DETROIT PISTONS 4 – 3 ORLANDO MAGIC (8)

Detto tra noi, nessuno ad inizio serie avrebbe scommesso un euro sugli Orlando Magic. Nella metà offensiva per tutto l’anno hanno dimostrato di essere incostanti, di pagare la scarsa qualità di creazione dal palleggio e di playmaking. Al completo la squadra non sarebbe neanche malaccio, ma raramente hanno giocato tutti insieme. Ma soprattutto, di fronte, nel primo turno, si sono ritrovati uno squadrone che ha chiuso la stagione regolare con 60 vittorie, quei Detroit Pistons pronti a dimostrare al mondo di poter puntare seriamente al titolo. Tutti questi presupposti vengono cortesemente accartocciati e cestinati dalla realtà quando in gara 1 le vesti sembrano invertite: dal lato dei Pistons l’unico a provarci è Cunningham, che ne mette 39 nel deserto (unico altro giocatore in doppia cifra Harris con percentuali basse), mentre i Magic volano con una grande prestazione collettiva, guidati da un Banchero da 23, 8 e 9. L’idea che il divario non sia così largo si radica velocemente nei pensieri degli spettatori e degli analisti, che a questo punto si aspettano una risposta da Detroit in gara 2. E la riposta arriva: non tanto dal punto di vista offensivo, dove comunque tutto il quintetto va in doppia cifra, quanto dal punto di vista difensivo, con i Pistons che costringono gli avversari ad un secondo tempo da 37 punti totali. Dopo gara 2 tutti abbiamo pensato che la serie sarebbe stata chiusa in 5, massimo 6 partite, dato che ormai i favoriti si erano sbloccati, avevano preso le misure degli avversari ed erano entrati nella serie. Ancora una volta la realtà accartoccia: gara 3 e gara 4 vengono vinte in casa dai Magic in maniera più convincente di quanto non lasci pensare il punteggio finale. Cunningham mette in fila due prestazioni pessime al tiro condite da 17 palle perse, tra i suoi compagni l’unico ad avere una parvenza di linfa vitale è Tobias Harris, che fa il suo mentre Jalen Duren fatica a raggiungere la doppia cifra sia nei punti che nei rimbalzi, dominato dai lunghi di Orlando. Dalla panchina nessuno porta abbastanza freschezza e Detroit nel giro di pochi giorni passa dal paradiso all’inferno: sotto 1-3 parte il processo mediatico, soprattutto nei confronti di Duren e Cunningham. La rimonta è possibile ma quantomeno improbabile considerato il grado di dominio con cui Orlando si è imposta nelle due gare in casa. Spalle al muro, a Detroit, Cunningham silenzia le critiche mettendo 45 punti con percentuali inumane in un duello storico con Banchero, anche lui da 45 punti. Gara 6, in Florida, è La partita che ha deciso questa serie, e che forse deciderà le sorti della Eastern Conference: Orlando gioca in casa per chiudere la serie ed eliminare la testa di serie numero 1 del tabellone al primo turno, cosa riuscita solamente a 6 squadre nella storia della lega; il primo tempo, soprattutto grazie ad un secondo quarto straordinario, è da sogno e praticamente ipoteca il passaggio del turno; ad inizio terzo quarto i Magic sono avanti 62-38, stanno controllando in lungo e in largo l’incontro soffocando l’attacco dei Pistons; la serie è in ghiaccio, i preparativi per i festeggiamenti sono quasi completi. Poi, all’improvviso, il buio. Ventitré (23!) tiri sbagliati consecutivi, 45 minuti di orologio senza segnare, 19 punti totali nel secondo tempo. È la più grande rimonta subita in queste condizioni. Gara 7, a Detroit, è una pura formalità: i Magic lottano anche, ma non ne hanno. Cunningham completa la rimonta da superstar con medie di LeBroniana memoria coadiuvato da un ottimo Harris, da un Duren in leggera ripresa e da qualche buono spunto dei role players. Per i Magic è la fine della stagione, a poche ore da quell’intervallo di gara 6 in cui il traguardo sembrava ad un passo.

 

(2) BOSTON CELTICS 3 – 4 PHILADELPHIA 76ERS (7)

Seconda serie, seconda gara 7. Sebbene il risultato sia il medesimo, in questa serie la sceneggiatura è stata diametralmente opposta. Unico tratto comune è che tutti, meno i tifosi dei 76ers, avrebbero scommesso sui Celtics, già ampliamente superiori in stagione regolare e rinforzati dal ritorno in campo di Jayson Tatum, vero leader della squadra. “We want Boston”: così cantavano i tifosi di Phila durante i play-in, quasi a stuzzicare l’orgoglio dei verdi. E di fatti la squadra di Mazzulla, in gara 1, si è presentata affamata. Sull’onda dell’entusiasmo del ritorno di un JT da 25, 11 e 7 tirano bene dal campo e annientano gli avversari, privi di Joel Embiid e di reali possibilità di impattare il match. In gara 2 succede che a Boston non entra un tiro mentre Maxey e Edgecombe mettono canestri da tutte le posizioni (VJ primo rookie a registrare 30 e 10 rimbalzi dai tempi di Duncan) e Phila pareggia la serie. Poco male per i Celtics, convinti di riprendersi subito il fattore campo in gara 3. Detto fatto, in quel di Philadelphia la coppia JT-JB combina per 50 punti e approfitta della continua assenza di Embiid per riportarsi in vantaggio. Boston rafforza poi il vantaggio con la larghissima vittoria di gara 4, guidata da un super Pritchard da 32 che mette una pietra tombale sulla serie. Poi, come nel caso degli Orlando Magic, il buio. Un buio che per i Celtics non è però stato circoscritto ad una porzione di gara, ma a tutta la serie. Incapace di adattarsi al ritorno in campo di un misterioso Joel Embiid, Boston perde gara 5 in casa e poi gara 6 a Philly. D’improvviso i tiri da 3 non sono più sufficienti, Embiid è immarcabile, Maxey fa quello che vuole, Paul George sembra quello di Indiana, VJ Edgecombe si scorda di essere un rookie, Kelly Oubre Jr difende come un All-Defense 1st Team e Boston perde completamente la bussola. In gara 7 gli uomini di Mazzulla si presentano comunque in casa da favoriti, ma la sensazione che sia una serata storta è netta: poco prima della palla a due arriva la notizia che Jayson Tatum non sarà della partita. Da lì, discesa libera, o quasi. Nel primo tempo un eroico Derrick White tiene in vita i suoi, Jaylen Brown con una buonissima prestazione fa di tutto per rimanere a contatto, ma Embiid ne mette 34 e Maxey gestisce gli ultimi possessi come un MVP.  Per i Celtics una sconfitta che brucia tantissimo, soprattutto per il modo in cui è maturata. Per i 76ers un successo che vale una stagione.

 

(3) NEW YORK KNICKS 4 – 2 ATLANTA HAWKS (6)

La prima serie chiusa in meno di 7 partite è la più classica delle serie in cui una delle due squadre sono i New York Knicks.  Gara 1 in casa si gestisce con 53 punti tra Brunson e Karl Anthony-Towns e un buon impatto dei role players. Atlanta ha una squadra promettente ma ancora abbastanza lontana dal competere nei playoff, e la serie sembra indirizzata verso un 4-0 o, al massimo, un 4-1, considerando che una partita, in postseason, la possono fare tutti. E Atlanta, in gara 2, con 32 punti di un incredibile CJ McCollum e la rinascita di Kuminga con 19 punti dalla panchina, la partita, di un punto, la vince. Si vola in Georgia con i Knicks pronti a vendicarsi e ad imprimere la sterzata decisiva alla serie: gara 3, come per scherzo ancora di un punto, la vincono gli Hawks. A New York, dove le sconfitte di misura contro gli Hawks di Trae Young se le ricordano bene, è semi psicodramma. La squadra non è in grado di gestire i finali di partita, soffre troppo la pressione e cestina letteralmente gli ultimi possessi: piovono critiche per Jaylen Brunson, accusato di intestardirsi e non essere abbastanza intelligente tatticamente nei finali di partita. Costretta a vincere per evitare il tracollo, in gara 4 la squadra di Mike Brown mette in campo una prestazione di maturità e competenza difensiva, e guidata dalla tripla doppia di KAT e dalle letture difensive di OG Anunoby domina la partita. La serie torna così nella grande mela sulla parità e con il fattore campo resettato. Nella gara pivotale successiva i Knicks si confermano superiori, Brunson ne mette 39 in discreta scioltezza, la squadra tira il 57% dal campo e il 42,3% da 3 e divora gli avversari. La serie, ormai segnata, si chiude in gara 6 ad Atlanta, dove la squadra ospite disintegra come raramente accaduto in un campo di NBA gli avversari: per i parziali, nel primo tempo si sono toccati i punteggi di 62-19 e 83-34, nel terzo quarto si è toccato il +60 con il risultato di 103-43 e la partita si è chiusa con un clemente 140-89. Surreale la tripla doppia di Karl Atnhony-Towns, che chiude con 11 rimbalzi, 10 assist e 12 punti frutto di ben 1 canestro segnato dal campo in 27 minuti. Per Atlanta finisce una stagione travagliata ma che allo stesso tempo ha dato la possibilità a diversi giocatori di mettere in mostra il loro talento.

 

(4) CLEVELAND CAVALIERS 4 – 3 TORONTO RAPTORS (5)

Come non detto, l’ultima serie di primo turno dell’Est si è chiusa ancora in sette partite. Vedere tre gare 7 su quattro serie di primo turno è un qualcosa di eccezionale perfino in una lega che ci ha abituato a non stupirci mai. Rispetto alle altre serie, questa ha viaggiato in maniera piuttosto silenziosa almeno fino a gara 4: i Cavs hanno vincono agilmente le prime due partite grazie al solito Mitchell, coadiuvato da Harden e Mobley; Toronto reagisce in gara 3, quando piazza un quarto quarto da 43-23 e difende il fattore casa grazie al duo Barnes-Barrett. Pronti a spezzare la serie vincendo in trasferta, i ben più talentuosi Cavaliers si impantanano in una gara 4 dal punteggio bassissimo (60-58 dopo i primi tre quarti) e subiscono l’energia degli avversari nel finale. A questo punto, nonostante restino i favoriti, i Cavs devono vincere gara 5 per interrompere l’inerzia di Toronto: tornati nel campo casalingo, sono Mobley e Schroeder a sbrogliare nell’ultimo quarto una matassa che iniziava a farsi importante, garantendo a Cleveland due match point. E due match point serviranno, perché in gara 6 Walter affianca l’ennesima prestazione mostruosa di Scottie Barnes, ormai definitivamente da considerare giocatore di primissima fascia, e permette ai suoi di rimanere a contatto fino all’ultimo possesso, quando RJ Barrett, con una tripla molto simile a quella con cui lo scorso anno Tyrese Haliburton stese i Knicks, riporta la serie in parità. Senza Ingram, che nel frattempo ha subito un infortunio, i Raptors volano a Cleveland consapevoli di potersela giocare, nonostante tutto. L’inizio di gara 7 è promettente: Jamal Shead difende e mette triple, Walter fa il suo, Collin Murray-Boyles continua a giocare una serie ad un livello inaspettato, ma nel secondo tempo la superiorità tecnica degli avversari, guidati da un Jarrett Allen da 22 punti e 19 assist, è troppa. Cleveland chiude con molta più fatica del previsto una serie durissima, per Toronto, nonostante la sconfitta, un primo passettino verso un futuro che risponde al nome Scottie Barnes.

 

(1) OKLAHOMA CITY THUNDER 4 – 0 PHOENIX SUNS (8)

Senza dubbio la serie che ci ha regalato meno emozioni e meno colpi di scena, ma c’era da aspettarselo. Oklahoma ha dimostrato il divario tra i due roster e ha gestito la serie senza mai andare in difficoltà, vincendo quattro partite con un distacco medio di 17 punti. Da segnalare il problema fisico ai danni di Jalen Williams che potrebbe incidere sul futuro di questa post-season per i Thunder. Per Phoenix si apre un’estate in cui si dovranno prendere decisioni forti.

 

(2) SAN ANTONIO SPURS 4– 1 PORTLAND TRAILBLAZERS (7)

Prima serie di Playoff per Wembanyama, primo successo. Il francese ha approcciato la serie con una modestissima prestazione da 35 punti con il 62% dal campo e l’83% da 3 in gara 1, prima di essere costretto ad abbandonare il terreno di gioco in gara 2 a seguito di una botta alla testa. Scossi dall’improvvisa assenza del loro leader, gli Spurs hanno perso partita e fattore casa. Costretti a questo punto a vincere fuoricasa, gli Spurs in gara 3, ancora senza Wembanyama, giocano una partita di grande maturità, spinti dai 60 punti della coppia Castle-Harper, e rimettono la serie sui binari a loro favorevoli. In gara 4 rientra l’alieno e da quel momento la serie, di fatto, finisce: 27, 12 rimbalzi e 7 stoppate in gara 4; 17, 14 rimbalzi e 6 stoppate in gara 5. Per il francese è buona la prima. Per Portland non tutto è da buttare: pronti a riaccogliere Lillard, i compagni si sono dimostrati un osso duro ai Playoff, con giocatori pronti a fare il salto di livello.

 

(3) DENVER NUGGETS 2-4 MINNESOTA TIMBERWOLVES (6)

Indescrivili scene si sono susseguite durante tutto il corso di questa surreale serie: Nikola Jokic limitato dalla difesa di Rudy Gobert (26 punti, 13 rimbalzi e 9 assist le medie del signore limitato!); Jamal Murray che in controtendenza rispetto a quanto mostrato in carriere si scioglie nei momenti decisivi; Minnesota che dopo gli infortuni di DiVincenzo e Edwards si affida con successo ad Ayo Dosunmu; Ayo Dosunmu che segna 43 punti in una partita di play-off; Minnesota che dopo l’infortunio di Ayo Dosunmu si affida offensivamente a Mike Conley e Terrence Shannon Jr; Jayden McDaniels con la dichiarazione di forza mentale più spaventosa degli ultimi anni; lo stesso Jayden McDaniels che chiude la serie segnando 32 punti in gara 6.

Di questa serie si potrebbe parlare per pagine e pagine, ma credo che la chiave di lettura sia evidente. Nel momento in cui Jayden McDaniels, nello spogliatoio, dopo gara 1, ha pronunciato la frase “Sono tutti difensori scarsi. Li attaccheremo tutti” la serie è finita. La fiducia con cui hanno giocato gli Wolves non è spiegabile, ed è testimoniata dal fatto che chiunque (letteralmente chiunque) sia stato chiamato in campo abbia contribuito ben oltre le sue normali possibilità alla vittoria. Per Denver quest’estate assomiglia ad un buco nero: Nikola Jokic contestato, Jamal Murray contestato, coach Adelman contestato, addirittura si parla di fine ciclo.

 

(4) LOS ANGELES LAKERS 4-2 HOUSTON ROCKETS (5)

Chiudiamo con una serie che nel futuro sarà utile a chi si domanderà perché Kevin Durant, seppur di pari talento, non ha avuto la carriera che ci si poteva aspettare. Mentre LeBron abbatteva le conoscenze scientifiche riguardanti l’invecchiamento del corpo umano trascinando una squadra priva di Doncic e Reaves (e quindi composta esclusivamente da James e scappati di casa di varia natura), coinvolgendo gente come DeAndre Ayton, Luke Kennard, Marcus Smart, Rui Hachimura, suo figlio (sì, ad un certo punto LeBron ha rubato un pallone e alzato un lob per suo figlio, tra l’altro il tutto all’interno di un parziale di 12 punti segnati esclusivamente da LeBron e Bronny), Kevin Durant stava in camicia a guardare i suoi compagni, comunque più talentuosi dell’armata Brancaleone avversaria, prendere le sembianze di una squadra di incapaci. Sengun ci ha messo 5 partite per entrare mentalmente nella serie, JJ Redick ha annientato Udoka dal punto di vista tattico, evidenziando tutti i limiti offensivi di una squadra che, privata di VanVleet e Durant, non ha creazione dal palleggio né tiro. Il punteggio finale è anche generoso per Houston se consideriamo che i gialloviola si erano portati sul 3-0 dopo un finale di gara 3 da film horror da parte dei Rockets, avanti di 6 a 30 secondi dalla fine e capaci di farsi rimontare nei regolamentari e superare nei supplementari. La tripla con cui LeBron ha impattato a 112 a pochi secondi dalla fine ha rappresentato la pietra tombale sull’intera organizzazione Houston Rockets, forse unica squadra con più pressione dei Denver Nuggets durante questa off-season.

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