La densità di eventi sportivamente storici che abbiamo vissuto nella settimana che si chiude è francamente inedita, almeno a mia memoria. Veramente difficile scegliere cosa mettere in copertina o stilare una scaletta che costringerebbe ad enfatizzare qualcosa piuttosto che qualcos’altro. Per questo motivo l’articolo verrà diviso per sport in ordine alfabetico.
Se parliamo di emozioni e sport, è giusto che la lista inizi con la finale di Champions League, l’evento più importante dell’anno dello sport più seguito al mondo. Nell’introduzione alla partita, Massimo Marianella (che per quelli della mia generazione è La Voce delle finali di Champions grazie all’intramontabile “Drogba!” del 2012) ha annunciato la presenza di un miliardo di telespettatori connessi da tutto il mondo, dato che rende abbastanza bene l’idea della pressione che possono aver percepito i 22 in campo. Nonostante la considerazione popolare considerasse favorito il PSG, dopo pochi minuti a passare in vantaggio è l’Arsenal, con Kai Havertz (in gol per la seconda volta in una finale di Champions), che approfitta magistralmente di una carambola che lo lancia in campo aperto. Da quel momento si gioca principalmente in una metà campo: i francesi provano a trovare il pertugio grazie alla loro impareggiabile tecnica individuale, gli inglesi lavorando di squadra e coprono ogni spazio alla perfezione, almeno fino a quando Kvicha Kvaratskhelia (ancora ricordo quando qualcuno gli preferiva Leao, ma ci torneremo) decide di scrivere l’ennesimo pezzo di storia della sua già straordinaria carriera procurandosi un calcio di rigore poi trasformato dal pallone d’oro in carica e adesso potenziale candidato al prossimo Ousmane Dembelè. Fino al 120esimo sono le chiusure difensive a farla da padrone e aldilà di un rigore netto non dato all’Arsenal le emozioni offensive sono poche. Si va dunque ai calci di rigore: sbaglia Eze, rimedia Raya respingendo il tiro di Nuno Mendes ma Gabriel spedisce in curva il quinto rigore e consegna la coppa al PSG, che diventa la prima squadra in grado di vincere due volte di fila la Champions dal 2018, quando il Real vinse la sua terza consecutiva. La squadra di Luis Enrique completa così una stagione perfetta, entrando di diritto nella storia del calcio come una delle squadre più dominanti di sempre. Per l’Arsenal si chiude con l’amaro in bocca una stagione che il popolo del Nord di Londra ricorderà per la storica conquista della Premier League.
Prima ancora che la stagione 25/26 potesse esprimere i suoi ultimi verdetti era già scattata la follia del calciomercato. Con un Mondiale di dimensioni e portata inedita in arrivo tra poche settimane, le società sentono il bisogno di muoversi in fretta, e così già a maggio sembra tirare l’aria del calciomercato di agosto. Al momento, i movimenti più rilevanti sono quelli che riguardano le panchine. Preparatevi a dover rileggere. L’Atalanta si separa da Palladino e prende Sarri, il quale a sua volte aveva lasciato la Lazio, che lo ha rimpiazzato con Gennaro Gattuso. Il Milan nel suo processo di autodemolizione licenzia tutta la dirigenza e Allegri, che trova l’accordo con il Napoli, rimasto orfano di Antonio Conte. I rossoneri sono alla ricerca di un nuovo allenatore in maniera simile a come gli esseri umani sono alla ricerca del senso della vita. Vincenzo Italiano lascia Bologna e viene sostituito da Domenico Tedesco (ricordiamo che Italiano è nato in Germania e Tedesco in Italia). La Fiorentina valuta Alberto Aquilani e Ignazio Abate per sostituire Paolo Vanoli. Il Torino valuta Alberto Aquilani e Ignazio Abate per sostituire D’Aversa. Nel frattempo in Premier League si è scatenato un terremoto di proporzioni ancora maggiori: Guardiola lascia il City chiudendo uno dei cicli più vincenti della storia del calcio inglese, la panchina andrà a Maresca; il Liverpool esonera Slot e prenderà con tutta probabilità Iraola, già cercato dal Milan e che viene a sua volta sostituito al Bournemouth da Marco Rose. Glasner, tecnico del Crystal Palace campione della Conference League, è in cerca di una nuova panchina; il Chelsea si assicura Xabi Alonso e gli affida totalmente il progetto. In tutto questo non abbiamo ancora citato il botto più grosso del mercato degli allenatori, ovvero quel Josè Mourinho che in maniera realmente misteriosa torna al Real Madrid. In tutto questo ci sarebbe poi il calciomercato vero e proprio, quello dei calciatori. E qui, sebbene il livello di movimentazione non abbia ancora raggiunto i picchi di follia di quello degli allenatori, qualcosa inizia a vedersi. Mentre scrivo vengo a sapere che Rafael Leao ha annunciato di avere intenzione di lasciare il Milan in estate, mentre calano le nubi sul futuro di altri giocatori chiave come Modric e Pulisic, in un momento in cui il Milan non ha nè un direttore sportivo nè, nè una dirigenza che possa essere definita tale, nè un allenatore. Mi prendo un momento per dire a tutti i tifosi del Milan che stanno invadendo l’Internet con statistiche che dovrebbero spiegare l’apporto leggendario del portoghese (secondo solo a Rivera e Kakà secondo alcuni), che forse, se nessuno in Europa ha intenzione di comprare Leao, un motivo c’è. Non mi risulta Kakà abbia lasciato il Milan nel suo momento migliore per andare al Galatasaray o all’Al-Hilal (come il suo compagnetto di merende Theo Hernandez). Per il momento la squadra che si sta più muovendo (anche se a vuoto) è la Juventus, che aveva programmato un calciomercato di grandi nomi come Alisson, Bernardo Silva e Rejinders ma che ora, senza Champions League, sembra dover ridimensionare le sue prospettive. Con il Mondiale alle porte, si staglia all’orizzonte una memorabile estate.
Dopo sedici lunghe e combattute settimane, giovedì sera all’O2 di Londra sono andate in scena le finali della Premier League of Darts 2026, evento non valido per la classifica mondiale ma di grandissimo valore reputazionale, data la sua natura di long format in cui i migliori 8 giocatori del mondo si scontrano per mesi per decretare chi sia “il migliore dei migliori”. Se non è la prima volta che leggete su questo sito ormai lo avete capito, non ha neanche senso fare finta di nascondercelo. Il migliore dei migliori è Luke Littler, che infatti ha vinto per la sua seconda volta la Premier League riprendendosi un trofeo che lo scorso anno Luke Humphries gli aveva soffiato. La vera notizia non è dunque la vittoria del marziano, quanto più la capacità della PDC e dei giocatori di produrre una delle serate più elettrizzanti ed emozionanti dell’anno nel momento di maggiore audience. Nel corso delle 16 settimane itineranti a strappare la qualificazione alla fase finale sono stati Littler, che ha vinto 6 serate su 16, un sorprendente Jonny Clayton da 4 serate vinte, Gerwyn Price e Luke Humphries, entrambi sicuri della qualificazione con una settimana di anticipo. La fase a girone di quest’anno è stata caratterizzata da un forte equilibrio nelle posizioni centrali della classifica per la maggior parte delle settimane e da un duopolio al vertice composto da Clayton e da un Littler che dopo essere partito malissimo nel primo mese ha vinto 6 tappe su 10 nella fase centrale del torneo cannibalizzando la concorrenza. Giovedì sera a Londra il programma, che prevedeva due semifinali al meglio dei 19 leg e la finale al meglio dei 21 leg, è iniziato proprio con Littler contro Gerwin Price: il numero 1 del mondo ha dovuto sudarsela decisamente più di quanto avrebbe potuto prevedere, soprattutto una volta trovatosi sopra 9-5; da quel momento il gallese ha iniziato a spingere senza paura e ha trovato una serie di leg che lo ha portato a giocarsi il leg decisivo, dove però Littler ha cambiato marcia senza lasciare scampo alcuno all’avversario. Nella seconda semifinale Luke Humphries resiste ad un durissimo scambio di colpi con l’instancabile Jonny Clayton e si assicura una partita ancora una volta arrivata al leg decisivo, mai del tutto esaltante dal punto di vista tecnico ma di altissimo livello agonistico. La finale, partita culmine in cui si sono sfidati il numero 1 e il numero 2 del mondo, i Campioni del Mondo degli ultimi 3 anni, l’alieno e il più forte degli esseri umani, è sinceramente una meraviglia. Entrambi tengono un AVG insensato intorno al 110 per tutta la partita e si arriva al ventunesimo leg: Littler completa il capolavoro e torna a sollevare il trofeo dopo due anni. Nel post-gara, durante l’intervista, Littler spiega come abbia sofferto le difficoltà tecniche delle prime 4 settimane e che dopo l’incidente “diplomatico” con Van Veen a Brighton nella decima settimana e la risposta negativa del pubblico nei suoi confronti avesse addirittura meditato di ritirarsi dalle freccette per un eccesso di pressione, rendendo palese quanto sia emotivamente difficile gestire uno sport come le freccette. Impossibilitato a continuare l’intervista, è stato confortato da un Luke Humphries che conferma il suo incarnare tutti i migliori valori dello sport e di essere un uomo di intelligenza incredibile. Si scrive così un altro capitolo della spaventosa carriera di uno degli sportivi più dominanti al mondo.
Stephon Castle, 21 anni, secondo anno in NBA, prima run Playoff della carriera.
De’Aaron Fox, 28 anni, seconda run Playoff della carriera.
Devin Vassell, 25 anni, prima run Playoff della carriera.
Justin Champagnie, 25 anni, Undrafted, prima run Playoff della carriera.
Dylan Harper, 20 anni, rookie.
Keldon Johnson, 26 anni, prima run Playoff della carriera.
Carter Bryant, 20 anni, rookie.
Luke Kornet, 30 anni, famoso per avere inventato la stoppata wireless.
Victor Wembanyama, 22 anni, prima Run Playoff.
Io credo che guardando gara 7 della serie tra San Antonio Spurs e Oklahoma City Thunder tutti gli appassionati di sport si siano commossi. Quello che gli Spurs sono stati in grado di compiere è un’impresa titanica, eroica, senza precedenti nella storia moderna della NBA. Sorretti dal tifo di tutto il mondo (esclusi i tifosi di OKC) sono stati in grado di andare oltre e ridefinire il concetto di esperienza, trionfando con quello che viene riconosciuto “basket etico” contro quello che, a volte in maniera un pò esagerata, viene etichettata come “la squadra del basket non etico”. La serie, probabilmente la più attesa degli ultimi anni, ha messo di fronte da una parte il doppio MVP in carica e dall’altra il giocatore che sta diventando di fronte ai nostri occhi il più forte al mondo, da una parte i campioni in carica, dall’altra i giovani emergenti pronti a diventare la nuova dinastia. Dopo una gara 1 storica, con doppio OT e una prestazione letteralmente disumana di Wembanyama che ha trascinato i suoi alla vittoria in trasferta con 41 punti, 24 rimbalzi e una tripla che è già nella storia del gioco, la serie ha visto OKC vincere due gare di fila, apportando aggiustamenti in corso e riuscendo a limitare i danni; gara 4 è andata in maniera abbastanza decisa a San Antonio; gara 5, considerata “pivotal game” è stata vinta tra una miriade di polemiche arbitrarli da OKC; in gara 6 San Antonio, spalle al muro, ha demolito gli avversari mandando un messaggio che con il senno di poi è stato decisivo per l’ultima sfida. Nella notte tra sabato e domenica il mondo si è affacciato in Oklahoma per assistere potenzialmente, alla storia, e storia è stata. Prima della alla a due a lungo si è parlato delle assenze, rivelatesi poi particolarmente pesanti, di Williams e Mitchell tra le fila dei Thunder, che però hanno anche avuto il demerito, nella persona dell’Head Coach Daigneault, di aver palesemente sbagliato le scelte inziali, inserendo nel quintetto titolare un Lu Dort completamente fuori ritmo e difatto panchinato dopo pochi minuti per Caruso, lasciando meno spazio a giocatori che hanno saputo dare molto come Cason Wallace e Jared McCain. Gli Spurs hanno iniziato con un’intensità spaventosa, segnando con percentuali impossibili e costringendo i Thunder a diverse palle perse nel primo quarto, ma OKC è riuscita a contenere i tentativi di fuga fino al terzo quarto soprattutto grazie ad un’ottima prestazione di Shai Gilgeous-Alexander, che ha collezionato 25 dei suoi 35 punti tra secondo e terzo quarto, arrivando molto stanco al quarto quarto. Nell’ultimo periodo, grazie ad una serie di triple siglate da Champagnie e Johnson gli Spurs si distaccano definitivemente dagli avversari, e chiudono il lucchetto con la stoppata in chasedown epica di Kornet sul 97-91 e con la tripla di un inspiegabile Harper che li ha portati sul +12 a meno di 4 minuti dalla fine. Dal punto di vista individuale, la prestazione di Wembanyama, buona sulla carta, è stata in realtà un qualcosa di rivoluzionario, e in un certo senso ha chiuso il cerchio della serie iniziata con una prestazione trascinante e chiusa con una prestazione di squadra, in cui Wembanyama ha saputo incarnare perfettamente il ruolo di leader. Dopo gara 2, ai microfoni nel post partita aveva detto “devo essere più bravo a mettere i miei compagni nella condizione di fare bene”: detto fatto, nel giro di una settimana siamo giunti all’apice del percorso costruito da Coach Mitch Johnson con 7 giocatori in doppia cifra.
La finale in arrivo tra San Antonio e New York è veramente il finale migliore per questa stagione di NBA. Wembanyama al Madison Square Garden come Duncan nel 1999 per fare la storia contro i Knicks pronti a tornare sul tetto del mondo dopo più di 50 anni.
Nella storia moderna del tennis, una sola volta c’è stata una situazione in cui un giocatore era considerato favorito in un torneo dello Slam come Sinner lo era in questo Roland Garros: correva l’anno 2009 e Nadal arrivava da 4 vittorie consecutive a Parigi, ma in quell’edizione perse da Soderling e il trofeo andò nelle mani di Federer. Nelle settimane che hanno portato al Roland Garros Jannik Sinner ha rotto il tennis vincendo 5 Master 1000 di fila e completando il Golden Master. Questo, in concomitanza alla rinuncia di Alcaraz per un infortunio al polso, ha portato il mondo del tennis a porsi un’unica domanda retorica: può qualcuno battere Sinner al Roland Garros? La risposta l’ha fornita il tempo: al secondo turno, avanti 6-3 6-2 5-1, il tennista italiano è stato vittima di un problema fisico e da quel momento ha subito un parziale di 18 game a 2 che lo ha portato alla sconfitta in 5 set. Da quel momento il resto del tabellone si è spalancato e ha fatto completamente saltare in aria qualsiasi logica: il dato più impressionante è indubbiamente quello per che tra i 16 giocatori agli ottavi di finale solo 2 sono dei top 10: Felix Auger-Aliassime e Alexander Zvere, numero 3 del mondo e adesso assoluto favorito per la vittoria finale. Questo dato incredibile è frutto di tanti colpi di scena, tra cui la leggendaria rimonta di Joao Fonseca contro Djokovic: per il serbo è la seconda rimonta subita da due set avanti su più di 300 casi (la prima era stata sempre al Roland Garros nel 2010); Medvedev ha fatto la sua classica eliminazione al primo turno in cinque set, questa volta contro Walton; Shelton ha perso in tre set da Collignon; Fritz in quattro set al primo turno da Basavareddy; De Minaur ha inspiegabilmente perso un match in cui aveva vinto il primo set 6-0 contro un Mensik atleticamente sfinito. Aldilà di Sinner, la spedizione italiana in Francia si sta comportando molto bene; orfana di Musetti, fuori per infortunio, eliminati due dei tre giocatori con la classifica più alta (Sinner e Darderi, eliminato al secondo turno in cinque set da Comesana), gli altri giocatori hanno saputo fare un passo in avanti e trascinare il tennis italiano con 3 giocatori agli ottavi di finale: Berrettini, eroico nel vincere il terzo turno 15-13 al tiebreak del quinto proprio contro Comesana; Arnaldi, anche lui uscito dal tiebrak del quinto contro Collignon; Cobolli, che ha tirato fuori una super prestazione per demolire Tien e che adesso è insperabilmente considerato tra i maggiori favoriti per vincere il trofeo. Da citare anche la prima vittoria a livello Slam del giovane Federico Cinà, arrivata al primo turno in cinque set contro Opelka. Vedremo cosa succederà nella seconda settimana di questo surreale Slam.
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