“12 Angry Men”, Sidney Lumet, 1957. – La settimana scorsa

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Film della settimana

 

12 Angry Men

 

Dodici attori, dodici sedie, una stanza (più un bagno), un tavolo, tre finestre. Ingredienti sufficienti a Sidney Lumet per portare in sala un dramma ideato da Reginald Rose e confezionare un pezzo di storia del cinema, “12 Angry Men” (o “La parola ai giurati”), pellicola del 1957.

Teatro che si fa cinema, il nucleo del film si sofferma su aspetti chiave della psicologia sociale (pregiudizi e pattern di comportamenti e atteggiamenti basati su poche informazioni), della retorica, dell’oratoria, della logica (quest’ultima tematica centrale del film, contrapposta ai pregiudizi come due pugili su un ring), della pietà e dell’empatia.

CONTIENE SPOILER DA QUI IN POI.

La narrazione è un viaggio che parte dalla pancia dei giurati, mostrando il lato più istintivo e animale dell’essere umano, e attraverso il mezzo della parola e della logica arriva alla testa, esprimendo una visione positiva in cui il lato più nobile degli imputati prevale.

La metafora messianica del film è evidente. I giurati sono 12 come gli apostoli, vengono convertiti dalla capacità oratoria (che si oppone alle reazioni violente e rabbiose) del giurato numero 8 (Henry Fonda), il quale professa, in ordine dal meno al più cattolico, logica, empatia e pietà. La conversione non è solo esogena, ma come è giusto che sia per essere ritenuta tale, soprattutto nei casi più radicali, è soprattutto endogena. Lo si vede chiaramente negli ultimi tre giurati: il terzultimo, il giurato numero 4, uomo di grande intelligenza e raziocinio, si lascia convincere dalle argomentazioni ragionevoli: la sua è una conversione logica; il penultimo, il giurato numero 10, in una scena meravigliosa per portata tecnica e poetica, si lascia convincere dal suo stesso discorso, con una sorta di attivazione del terzo occhio e con la capacità, indotta dal silenzio generale, di comprendere per la prima volta i pregiudizi che si celano nel suo discorso: la sua è una conversione ideologica; l’ultimo, il giurato numero 3, è il più difficile da convincere. La contrapposizione non è sul piano logico né ideologico, bensì sul piano personale, emotivo, psicologico. Egli si rende conto di star trasponendo la delusione nei confronti del figlio nell’accusato e scoppia in lacrime: la sua è una conversione psicologica.

Più che mai, invito chi legge a dare una possibilità a questo film.

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