Prima o poi doveva succedere, in settimana si festeggeranno i 50 anni dalla prima uscita e ne approfitto per parlarne, premettendo che non vi è alcuna pretesa di oggettività o qualità in questo segmento, dato che si parla di un film che guardo almeno una sera al mese e che continua a impressionarmi nonostante sappia perfettamente quello che sta per succedere.
Per una volta credo sia necessario usare un termine inflazionato dall’abuso e affermare che Fantozzi, film del 1975 per la regia di Luciano Salce basato sui racconti di Paolo Villaggio, è un film geniale: geniale in ogni sua inquadratura, in ogni aggettivo scelto dal narratore esterno, in ogni esagerazione lessicale o fisica, ma anche nel modo in cui rappresenta la classe media dell’Italia di quegli anni, il tutto non solo creando uno dei prodotti più divertenti e allo stesso tempo approfonditi della cultura cinematografica italiana, ma generando innumerevoli situazioni che resteranno impresse popolarmente come nessun altro è riuscito a fare, né prima né dopo.
I diciotto giorni murato nei bagni, la moglie Pina e la figlia Mariangela, la sveglia alle 7:51, l’autobus al volo, la corsa per timbrare in tempo, lo scontro con i burberi a causa della signorina Silvani, scapoli contro ammogliati (la prima volta che lo vidi mi provocò una lacrimazione omerica), i chiodi in campeggio, la filastrocca per il panettone della figlia, scambiata per una scimmia (Cita Hayworth, la più bella di tutte), il Maestro Canello che bara bassamente a capodanno, il conte Catellani e il biliardo, i 38 “Coglionazzo”, la partita di tennis, il sushi con Pierugo, le vacanze a Courmayeur, la nazionale di sci e la polenta della contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare, Folagra e il Megadirettore Galattico, la poltrona di pelle umana e la vasca degli impiegati sono tutte scene che fanno parte dell’immaginario collettivo del nostro paese e che fanno parte del primo Fantozzi (immaginate quante scene leggendarie contengano i sequel). Un’ora e quarantotto minuti che forse faticano ad essere apprezzati dai giovani, troppo lontani dall’Italia del Ragioniere per comprenderne il vero significato.
Il consiglio spassionato è di andare oltre le apparenze, di provare ad addentrarsi nella psicologia di Fantozzi e soprattutto di Paolo Villaggio, uomo di grande cultura che riuscì a sintetizzare una nazione sotto le vesti di un goffo impiegato.
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