Questa settimana uso il Jolly. La settimana scorsa avevo consigliato Calamaro e questa settimana ho ascoltato quasi esclusivamente Calamaro: per uscire dal vicolo cieco utilizzo per la prima volta la rete di sicurezza e per essere sicuro di non sbagliare pesco un album del più grande cantautore italiano di sempre. Quando si parla di Fabrizio De Andrè, il voto in fondo al segmento non guardatelo neanche. Dato che ho la sensazione che nel corso delle settimane gli album di De Andrè verranno citati tutti, per non fare un torto a nessuno iniziamo dal primo.
Dunque, l’album di questa settimana, uscito nel 1967, è “Volume 1”, il primo pubblicato da Fabrizio De Andrè.
Trenta minuti di musica, dieci tracce: in America si direbbe “no skip album” (letteralmente “album senza salti”), cioè un album in cui vale la pena ascoltare ogni singola canzone, sempre e comunque. E vorrei vedere.
La prima traccia la teniamo da parte, richiede una dissertazione particolare.
La seconda, “Marcia Nuziale”, è un inno all’amore tra i campi, un matrimonio tanto semplice quanto sentito che le persone civili guardano con sospetto, forse perché consumato dopo la nascita del figlio da una coppia che, tirata dagli amici e spinta dai parenti, non si lascia scoraggiare dai dispetti del cielo.
Si prosegue con “Spiritual”, brano gospel in cui De Andrè letteralmente prega il Dio del cielo di mostrarsi, scendere dalle stelle per cercarlo ed aiutarlo. Se vorrà, lo potrà trovare in mezzo agli uomini o nei campi di granturco.
Quarta traccia, ancora in tema religioso, “Si chiamava Gesù”, brano fratello minore dell’album “La buona novella”: qui Gesù descrive Gesù non come una figura superiore, bensì come uno straordinario essere umano, che morì come tutti si muore, con i suoi pregi e le sue insicurezze.
Dopo il brano fratello minore c’è una sorella minore, perché tale è “La Canzone di Barbara” nei confronti di “Bocca di Rosa”. Barbara è una ragazza che esprime la sua libertà attraverso la sessualità, concetto che è necessario contestualizzare al periodo in cui è stata scritta la canzone. Barbara non ha ancora intenzione di cercare “l’amore vero”, preferisce “giocare all’amore”, provocando e seducendo uomini anche sposati, in un gioco che ha come esito quello di far sfiorire tanti amori.
“Via del campo” è una delle due canzoni cult dell’album: ambientata nei carruggi dei bassifondi genovesi, è probabilmente una dedica ai luoghi che De Andrè frequentava usualmente, così come alle tante signore, piene d’umanità, che ebbe modo di conoscere nelle sue avventure insieme a Paolo Villaggio. Come tante volte capita nelle canzoni di Faber, la frase finale diventa parte della cultura italiana e la penultima frase, tendenzialmente di spessore ancora maggiore, viene dimenticata: e quindi se tutti sanno che “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”, credo che tanti si dimentichino di “ama e ridi se amor risponde, piangi forte se non ti sente”.
La settima traccia originariamente non era “La stagione del tuo amore” creata e inserita all’ultimo per esigenze fuori dalla volontà del cantautore. Se non fosse risaputo, nessuno se ne accorgerebbe. Poesia di stampo più classico in cui amore, vita e stagioni si mischiano come in tante canzoni di De Andrè. Protagonista del ritornello il paragone tra il tempo e il vento: il primo sembra correre come il secondo, ma non ha premura. Un’altra volta Faber torna su un concetto che raramente ho visto evidenziato nelle analisi dei suoi testi, quella sorta di pazienza mista a saggezza di chi sa accettare gli avvenimenti della vita.
Ottava e più famosa traccia dell’album, “Bocca di Rosa” è probabilmente la prima canzone che le persone associano a Fabrizio De Andrè. La conoscete.
Penultimo brano “La Morte”. Per chi non fosse avvezzo alla questione, se è esistito Fabrizio De Andrè lo dobbiamo principalmente a un signore francese di nome Georges Brassens che il giovane Faber ascoltava compulsivamente. Da Brassens De Andrè assorbe l’amore per l’anarchia, l’ironia, il modo di scrivere, di cantare e di stare al mondo. Tornando a noi, questo brano riprende musicalmente una canzone proprio del cantautore francese, “Le verger du roi Louis” il cui testo a sua volta riprende una poesia di Theodore de Banville del 1866. Ad ogni modo, De Andrè adatta alla musica il proprio testo, dedicato alla morte, entità che viene descritta come sempre presente e ignara del concetto di giustizia: allo stesso tempo, tutti, ma proprio tutti, dagli straccioni ai cavalieri, la incontreranno e la subiranno.
Chiude il disco un brano al cui testo ha lavorato la geniale mente di Paolo Villaggio, “Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers”. La canzone descrive il ritorno del fierissimo e vittorioso Carlo Martello a casa dopo la battaglia. Dopo una prima strofa sarcasticamente pomposa si narra dell’incontro, sulla riva di una sorgente d’acqua, tra il Re e una donna: Re Carlo, dopo mesi di battaglia in cui la compagnia femminile era solo un lontano ricordo, approccia la ragazza. Quest’ultima dapprima rifiuta, poi lo riconosce e capisce di non avere scelta. Decisa comunque a farsi valere, alla fine chiede a Carlo la tariffa ordinaria: a quel punto il sovrano sbotta e fugge vigliaccamente verso gli allori che lo attendono a castello.
A questo punto riprendo la canzone che apre il disco, “Preghiera in Gennaio”.
“Preghiera”, perché il testo è letteralmente un’invocazione a Dio, “in Gennaio” perché ideata e composta nella notte del funerale del suo grande amico Luigi Tenco, morto suicida in circostanze misteriose durante il festival di Sanremo.
Per la prima volta De Andrè trascende il concetto di cantautore o artista: in uno stato di devastazione emotiva che raramente si può esperire scrive la più bella poesia della sua epoca.
Chiede al Buon Dio di accogliere nel cielo, magari con un sentiero fiorito, il suo amico Luigi, anche se suicida (e quindi peccatore), perché “non c’è l’inferno nel mondo del buon Dio”. De Andrè immagina Tenco nell’aldilà mentre bacia i suicidi, definiti “morti per oltraggio che al cielo ed alla terra mostrarono il coraggio”, chiedendogli di seguirlo nel suo cammino, in una strofa che ricorda molto la gestualità di Gesù.
La preghiera si estende poi ai “signori benpensanti”, i moralisti, bigotti borghesi che De Andrè mal sopportava. A loro il cantautore chiede di non dispiacersi se “in mezzo ai Santi, Dio, fra le sue braccia, soffocherà il singhiozzo di quelle labbra smorte, che all’odio e all’ignoranza preferirono la morte”, in qualche modo invitandoli a non catechizzare sull’estremo gesto.
Nella strofa successiva si torna a Dio, questa volta per far notare che, mentre il Paradiso esiste solo per chi ha condotto la sua vita senza sorridere e con la coscienza pura, l’Inferno esiste solo per chi ne ha paura.
Chiude l’invocazione finale.
“Meglio di lui nessuno
Mai ti potrà indicare
Gli errori di noi tutti
Che puoi e vuoi salvare
Ascolta la sua voce
Che ormai canta nel vento
Dio di Misericordia, vedrai, sarai contento”.
Inutile provare ad aggiungere qualcosa, ma ammetto che per sempre mi chiederò se quel “sarai contento” finale è stato inserito anche perché foneticamente simile a “sarai con Tenco”.
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