Terzo album dell’allora quasi sconosciuto Jim Croce, “You Don’t Mess Around With Jim” è stato il quinto album più venduto negli Stati Uniti nel 1974, anno successivo alla morte dell’autore. Il disco è stato registrato e, dopo decine di rifiuti, pubblicato nel 1972 da Cashman e West e sarà destinato a diventare un cult della canzone folk/pop americana.
All’interno dell’album dodici meravigliose canzoni di “musica leggera”: accompagnato dalla chitarra di Maury Muehleisen, il cantautore statunitense sprigiona tutta la sua essenza nei testi e nella vocalità. Credo che il miglior modo per introdurre Jim Croce sia specificare che, a differenza della maggior parte delle superstar, il nativo di Philadelphia è stato per tutta la sua vita una “persona normale”, svolgendo lavori come camionista, muratore, impiegato alla radio. Nelle sue canzoni è perfettamente percepibile quel contatto con la realtà, fatto di schiettezza, sincerità e semplicità, che per tanti artisti è stato incubo e motivo di fuga.
Il brano che ha avuto più successo è “Time in a Bottle”, il cui testo suona come una preghiera. Croce sogna di poter imbottigliare il tempo speso con qualcuno. Da questa emozione, vale a dire dalla paura di non avere abbastanza tempo da passare con le persone che ci stanno accanto, furono travolte le persone vicine al cantautore dopo la sua tragica dipartita, rendendo questa canzone un epitaffio dolceamaro. “Time in a Bottle” è un po’ il fulcro attorno a cui ruota il resto del disco, caratterizzato da un motivo nostalgico, timoroso e malinconico, e da un secondo motivo speranzoso e positivo.
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Un altro brano diventato iconico in quegli anni fu “Operator (That’s Not The Way It Feels)”, una telefonata fittizia in cui il cantautore tenta di raggiungere l’ex compagna, ora innamorata del vecchio migliore amico di Croce. L’intenzione della telefonata è quella di mostrare la propria indifferenza alla nuova coppia (“So I can call, just to tell ‘em I’m fine”), ma nel parlare con l’operatore telefonico Croce svuota il petto di tutte le emozioni e finisce per non telefonare alla vecchia amante. La potenza della canzone risiede nella semplicità con cui l’autore condivide quelle emozioni alle quali tutti, in un modo o nell’altro, siamo in grado di connetterci: stesse emozioni raccontate in un altro delicatissimo brano di questo disco, “Photographs and Memories”.
Alla nostalgia di “New York’s Not My Home”, e “A Long Time Ago”, brani fortemente consigliati a chiunque viva lontano da casa, in particolar modo ai ragazzi, si contrappongono “Hey Tomorrow” e “Tomorrow’s Gonna Be A Brighter Day”, in cui Croce sembra recuperare una speranza inaspettata e pervasiva, sincera tanto quanto la malinconia che accomuna tutte le tracce. Risulta così evidente l’equilibrio su cui è fondato questo disco.
In ultima analisi vorrei sottolineare la “saggezza giovanile” di Croce, un aspetto del cantautore già rintracciabile nei più acerbi lavori precedenti (ad esempio nel brano “Cigarettes, Whiskey and Wild Wild Woman”) e che lo ha caratterizzato indelebilmente. Sarà probabilmente per il suo aspetto adulto che durante l’ascolto si tende a dimenticare che Croce ha scritto e registrato tutti i suoi brani tra i 20 e i 30 anni. Insomma, ascoltare Croce regala la rara possibilità di confrontarsi con una personalità profonda, giovanile e spontanea, priva di quella saggezza costruita tipica di molti artisti.
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